Vivere e correre

È fondamentale, nella vita, avere passioni e non ossessioni. Io vivo la corsa come passione come strumento di apprendimento. Vi racconto qualcosa che mi è rimasto impresso nelle ultime tre esperienze vissute grazie alla pratica di questa disciplina e al supporto della Running School di Verona. Ho partecipato a tre mezze maratone: Barcellona, Praga ed Edimburgo.

Barcellona è stato il punto di partenza di un percorso che avevo da poco iniziato, correvo infatti solo da due mesi e non ero ancora consapevole di cosa potesse significare partecipare ad un evento del genere. Ho provato emozioni forti sia per aver raggiunto un obiettivo attraverso la fatica fisica, una sofferenza che mi ha regalato una grande soddisfazione, sia da un punto di vista mentale per aver condiviso ai blocchi di partenza un sogno con molte altre persone. Persone di cui non conosco il nome, ma che, in quel momento, erano legate a me da un filo invisibile: l’aspettativa, la voglia di farcela, la determinazione di resistere alla fatica. La parola di Barcellona è quindi diventata, per me, questa: condivisione.

Praga ha rappresentato il raggiungimento della gioia, del piacere di mettere sul campo quanto appreso in allenamento, di sentire il corpo dare risposte coerenti con quanto preventivato. Un mezza maratona che metteva insieme corridori professionisti e amatoriali di tutte le età, una situazione che permetteva di confrontarsi con una moltitudine di profili umani. Una massa eterogenea che mi ha imposto di trovare la mia misura, dandomi la possibilità di godere appieno della bellezza di una città fantastica, dei sui ponti, delle sue strade e di una magia davvero unica. La parola di Praga è diventata così gioia.

Edimburgo è arrivata dopo sei mesi di corsa e allenamenti. Una consapevolezza e una preparazione fisica inimmaginabile per me solo qualche tempo prima. Una manifestazione, seppur dai contenuti amatoriali che aveva un vestito molto professionale. Paradossalmente, questo clima mi ha fatto scoprire la paura. La corsa, come ogni altra attività umana che contempli una competizione, ha un suo lato oscuro: l’esasperazione della prestazione, la ricerca ossessiva del risultato e la non accettazione dei propri limiti, siano essi contingenti o meno. Ecco allora che è suonato un campanello d’allarme: non cedere all’agonismo esasperato e fine a se stesso. È necessario trovare un proprio modo di fare le cose, una propria misura, in una parola, che è quella che associo ad Edimburgo, il proprio equilibrio.

È così che ognuna di queste esperienza e ognuna di queste città mi ha lasciato profumi, volti e insegnamenti importanti: la nostra vista è un insieme di azioni e pensieri, di sentimenti e incontri che possiamo condividere, di cui possiamo gioire e che ci possono travolgere, per cui abbiamo bisogno di trovare un nostro equilibrio, il nostro passo, di lavorare sodo per essere padroni del nostro agire e non subire le situazioni che ci si presentano. Tutto questo è ciò che mi impegno a trasmettere come coach.